1 dic 2008

Il pentito: "Progettammo la faida in una cella di tribunale" | Napoli la Repubblica.it

Il pentito: "Progettammo la faida in una cella di tribunale"
In aula anche la madre di Gelsomina Verde, l'innocente uccisa e bruciata nella sua autodi Conchita Sannino"Il progetto di fare la scissione tra noi anziani del clan Di Lauro e la famiglia del boss Paolo Di Lauro nacque nel Tribunale di Napoli. Sì, avete capito bene: ne parlavamo negli intervalli del vecchio processo che si teneva nei primi anni del Duemila contro Di Lauro". "Io, i fratelli Abbinante e Rosario Pariante "scendavamo" a Napoli dai vari penitenziari d’Italia. Ci incontravamo nella cella di sicurezza dell’aula numero 115. Lì parlammo dell’idea di metterci in proprio. Lì si trattava di cose delicate. E lì, diciamo così... nasceva tutto. Ma all’inizio si pensava a una scissione senza sangue. Solo dopo vennero i veleni, gli omicidi a tradimento, le cose assurde come l’omicidio di un’innocente, Gelsomina Verde". Parla il pentito di Secondigliano Maurizio Prestieri. Due ore di racconto, ieri, al processo in Corte d’Assise (presidente Giustino Gatti, giudice a latere Isabella Iaselli) contro l’imputato Cosimo Di Lauro, il rampollo del padrino Paolo soprannominato Ciruzzo ‘o Milionario, il primogenito finito sul banco degli imputati con l’a ccusa di essere il mandante dell’efferato delitto di una ragazza innocente, Gelsomina Verde, che gli amici chiamavano Mina.Uno dei delitti raccontati nel best seller Gomorra.Lei, 22 anni, incensurata, fu sequestrata con l’inganno dagli aguzzini inviati da Cosimo. Era la sera del 21 novembre 2004. Mina fu attirata in una trappola dal suo amico Pietro Esposito (oggi pentito, e già condannato in altro processo), fu interrogata dal killer Ugo De Lucia, perché i sicari mandati da Cosimo il reggente pensavano che lei, che frequentava Gennaro Notturno, sapesse dove si nascondeva il fratello di lui, Enzo Notturno, rivale di camorra, uno degli scissionisti nemici dei Di Lauro, e ormai in fuga. Ma la ferocia prese la mano ai boia: la ragazza fu uccisa con sei colpi, uno dei quali le trapassò il cranio. Il suo corpo, i suoi bei capelli rossi, furono dati alle fiamme. Fu carbonizzata nella sua stessa auto. La sua tomba diventò quella Fiat Seicento, quasi nuova, che la madre precaria e suo padre ex operaio di scarpe avevano acquistato facendo molti sacrifici.
Un’udienza che resterà agli atti dell’anticamorra: non a caso, accanto al pm Stefania Castaldi che conduce da anni le inchieste su quel versante, ieri compare anche il capo della Dda Franco Roberti, a sottolineare la densità di uno snodo che giungerà a sentenza il 12 dicembre. E che potrebbe portare, dopo decenni di impunità, alla prima condanna di un Di Lauro per omicidio. Quattro anni e sette giorni dopo quell’esecuzione, la storia inaccettabile di Mina viene ripercorsa dinanzi agli occhi di sua madre, nell’aula 111 della cittadella giudiziaria di Napoli. È una figura sottile, vestita di nero, un corpo prosciugato dalla tragedia. Per tutta la durata della lunga udienza (termina alle 16) Anna resta ad ascoltare, la testa stretta nelle spalle, gli occhi chiusi tra tante piccole rughe. Quando parlano di Mina, piange: ma di un pianto muto.Singhiozzi che si intuiscono solo dal tremore che le scuote le spalle e le gambe, per lunghi minuti, ogni ora a intervalli irregolari. Quella madre, Anna Lucarella, a un certo punto si stacca dal primo banchetto, esce fuori, prende aria. Poi rientra: e torna a fissare con gli occhi stanchi e gonfi il monitor che inquadra - in un carcere di massima sicurezza a 700 chilometri di distanza - Cosimo Di Lauro. "Quando uccisero quella ragazza, ero in carcere — racconta Prestieri — Ma poco dopo, quando incontrai durante le udienze sia Vincenzo Di Lauro che suo zio, Enrico D’Avanzo, quelli dissero un’u nica cosa: Cosimo era uscito pazzo e lo riempirono di parolacce. Ma proprio tanti insulti, che qui non posso ripetere. Dissero che era assurdo avere ucciso così un’innocente, che questa cosa aveva attirato i riflettori, che così ci danneggiava. Un altro mio nipote mi riferì: "Dovevi vederlo a Cosimo, sta come un mostro"". Parole davanti alle quali barcolla, questa volta, la madre di Mina. E Prestieri continua, ripercorrendo quanto aveva dichiarato a verbale dinani al pm Castaldi.
"Sull’omicidio della Verde ho ricevuto notizie dirette da Vincenzo Di Lauro, come ho detto. Lo vidi, sempre al processo, qualche giorno dopo l´omicidio. In quell’occasione Vincenzo aveva già svolto colloqui con i familiari ed era assai adirato con il fratello Cosimo - ricorda Prestieri - Difatti egli mi ripeteva di non comprendere le ragioni dell´omicidio e le modalità di quell’a zione, in quanto alla giovane ragazza si erano chieste notizie di un suo amico, ossia uno dei fratelli Notturno.Quindi se l´intento era quello di chiedere una informazione non si spiegava come si fosse giunti ad ucciderla prima ed a bruciarne il corpo poi. Riteneva che il fratello stesse completamente prendendo la testa. Anche lo zio Enrico D´Avanzo, se pure con commenti più cauti, confermava che il nipote Cosimo, che tutti chiamavano Cosimino, aveva fatto un grande sbaglio in quanto in una faida così cruenta non vi era bisogno di aggiungervi una vittima non solo estranea all´ambito camorristico ma giovane donna e per giunta bruciala. Commentammo che cosimo forse voleva imitare il padre quando ai tempi della faida di mugnano diede ordine di uccidre la madre di Antonio Ruocco. In quella occasione infatti egli ebbe critiche dal resto della camorra sia di Secondigliano che della città tutta". Pretsieri si ferma, abbozza un sorriso cinico: "A quel tempo il boss Di lauro rispose che lui sapeva fare solo ""a guerra sporca". E io pensai, dopo l’omicidio della povera Gelsomina, che pure il figlio voleva imitare suo padre, fare pure lui una guerra sporca senza prigionieri, dimostrando di sapere uccidere pure donne e bambini. Ma veramente, - sibila in aula Prestieri - a parte la ferocia, un conto era il padre boss, un altro conto era Cosimino il figlio. E Cosimino stava veramente oltrepassando ogni misura>. Prestieri parla a lungo. Dopo di lui, confermeranno e aggiungeranno altri dettagli altri tre collaboratori di giustizia. Dal piccolo schermo arriva il profilo tozzo e impassibile del presunto mandante. Cosimino ascolta muto, impassibile di fronte al resoconto del pentito Maurizio Prestieri. Muta sta anche quella madre in attesa di giustizia. Nello stesso Tribunale nel quale, a quanto racconta la gola profonda della camorra, sbocciò il progetto sanguinario della faida.
(29 novembre 2008)
Napoli la Repubblica.it

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